Nepal, aiuti rallentati



Articolo di massimoalbertini in data 03-05-2015

Il 25 aprile, mentre in Italia chi più e chi meno, davanti al caffé del mattino, era preso dalla celebrazione della Liberazione, nel Nepal un terremoto con magnitudo 7.8 metteva in ginocchio un popolo già nato in ginocchio. Le primissime notizie parlavano di 500 morti. Ovviamente era una cifra ipotizzata senza informazioni più analitiche. A tuttora, non si sa bene che cifra usare per l’ecatombe nepalese. Molti media, comunque parlano di 10.000 individui, vittime della terra tremante. Tutto ad un tratto migliaia di persone si son trovate vaganti e angosciate per le vie, nei boschi, in qualsiasi luogo capace di ospitare l’umanità nepalese.

Un comportamento, quello trattato sopra, comune in tutte le situazioni del genere. Solo apparentemente. Quei pochi italiani presenti e che hanno condiviso la tragedia insieme a quel popolo, hanno raccontato come perfino un terremoto possa essere segnale di differenzazione culturale. Ma non solo. Infatti, hanno riferito che, appena quei secondi eterni e dettati da una nemesi sconosciuta hanno dato un attimo di tregua, sono scesi in strada e…
In strada non si udiva niente!
Niente sirene, niente autorità che indichi il da farsi – certo, c’erano i poliziotti, ma anche loro si guardavano l’un l’altro e basta.
Si potrebbe ipotizzare che i nepalesi siano persone armate di una loro particolare filosofia, adatta per affrontare questi casi estremi, quando la natura si abbatte sull’uomo senza una precisa ragione. Può essere che una componente del genere alberghi nella forma mentis di quella gente. Tuttavia una verità più prosaica avvisa che, semplicemente e drammaticamente, le sirene non si udivano perché il Nepal è una nazione così povera che non si può permettere mezzi atti a intervenire nell’emergenza.

Ecco spiegato il silenzio. Gli italiani tornati in patria e, in quanto testimoni del terremoto del Nepal, intervistati su Rai 1 Mattina, il 30 aprile 2015, hanno poi segnalato come perfino quegli elicotteri che nei video girano sulla polvere e sulla solitudine di donne, bambini, vecchi e uomini che cercano tra le rovine con le mani nude, abbiano una spiegazione non legata al Governo nepalese. “In tutto il Nepal ci sono circa una decina di elicotteri ed appartengono a dei privati”, hanno comunicato gli intervistati. “Inoltre, manca l’acqua potabile, i servizi igienici, il cibo. Le escursioni termiche notturne sono pericolose e portatrici di gelo caliginoso”, hanno aggiunto. Il fatto è che i problemi di acqua potabile e servizi erano presenti già prima dell’evento tellurico. Ecco perché, in riferimento a nazioni del genere, qualcuno ha tirato fuori la ‘serie B’. Perché di ‘serie B’ è anche l’aiuto che viene inviato loro.

Il fatto è che non esiste, a tuttora, un sistema di azione internazionale e gestito dalle Nazioni Unite, che abbia l’agilità, la leggerezza e la preparazione di un algoritmo lineare. Quello che di sicuro viene messo in atto in questo momento storico, nel caso del Nepal, fa uso di forze private o umanitarie come Medici Senza Frontiere – anche la tecnologia è stata comunque d’aiuto in Nepal: un drone ha filmato i danni che il terremoto ha causato a Katmandu – e la Croce Rossa Internazionale. E’ auspicabile che le forze internazionali approntino un sistema super partes affinché, nei momenti di emergenza, ‘serie B’ resti un termine confinato nel mondo dell’intrattenimento calcistico e non segnali le difficoltà di un popolo, di una nazione.

Massimo Albertini, webber

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